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E’ stato difficile apprendere così, all’improvviso, dai telegiornali mandati in onda nei primi appuntamenti mattutini la dipartita troppo precoce e repentina di uno dei più teneri attori che il cinema hollywoodiano sia mai stato in grado di presentarci sullo schermo, oseremmo dire negli ultimi trent’anni abbondanti. Era l’11 agosto 2014, e ricordare ancora oggi lo shock della notizia riempie gli occhi di lacrime, ricordando soprattutto il suo sorriso triste. I media dell’epoca (quando ancora la nostra vita non era così assediata dai social network) ci annunciavano la scomparsa suicida di Robin Williams, il cui ricordo è immediatamente legato a Mrs Doubtfire, Mork & Mindy, L’attimo fuggente e diversi altri titoli di film e serie tv che lo hanno reso una vera e propria stella del cinema, un “diamante in mezzo al cuore” per tutti gli spettatori che lo hanno seguito alla ricerca di ispirazione, sorrisi e qualche lacrima.

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Come nasce una stella

Robin McLaurin Williams, questo era il suo nome per intero, nasceva a Chicago il 21 luglio 1951, quando ancora non sapeva di diventare una star mondiale e amata dal grande pubblico. La famiglia però aveva dalla sua una fortuna e una fama non trascurabile: il padre, Robert Fitzgerald Williams, era un dirigente della Lincoln-Mercury Division di Ford, mentre la madre, Laurie Mclaurin, era una ex modella, il cui bisnonno era il senatore del Mississippi e governatore Anselm J. McLaurin.

La particolarità di Robin Williams non stava solo nelle sue radici, ma anche nel vero e proprio melting pot  che era il suo sangue: contava infatti origini inglesi, francesi, tedesche, irlandesi, scozzesi e gallesi. Anche la fede giocò un ruolo ben preciso e fondamentale nella sua formazione e nell’intera esistenza: Williams è cresciuto secondo la fede episcopale seguita dal padre.

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L’attore si è sempre descritto come un bambino molto tranquillo per la sua età, senza riuscire mai davvero a superare la sua timidezza, fino alla svolta decisiva per la sua vita e la sua carriera: il coinvolgimento ai tempi del liceo presso il suo dipartimento di teatro. Non solo questo fatto ha contribuito a forgiare l’uomo che abbiamo conosciuto sullo schermo, ma anche il rapporto con la madre era stato ben influente.

Durante un’intervista televisiva nel 2001, Williams attribuì a lei un’importante influenza sul suo umorismo, ricordando di quando cercava di farla ridere per attirare la sua attenzione. E a posteriori possiamo ammettere con certezza che è riuscito ad attirare anche la nostra.

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La formazione e l’amicizia con Christopher Reeve

Williams cresce e, dopo il diploma di scuola superiore, si iscrisse al Claremont Men’s College di Claremont, in California, per studiare scienze politiche. Una carriera di studente interrotta per dedicarsi alla recitazione, studiando teatro per tre anni al College of Marin, un college comunitario a Kentfield, California.

Secondo il professore di teatro di questo college, James Dunn, la profondità del talento del giovane attore divenne evidente quando fu scelto nel musical Oliver! nel ruolo di Fagin.

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Williams spesso si lasciava andare a improvvisazioni a quel tempo, infastidendo i membri del cast in isteria, ma riuscendo a colpire l’attenzione di Dunn, il quale disse a sua moglie che Williams “stava per essere qualcosa di speciale”.

Nel 1973, Williams ottenne una borsa di studio per la Juilliard School a New York, uno dei 20 studenti accettati nella classe matricola, e lui e Christopher Reeve erano gli unici due accettati da John Houseman nel programma avanzato della scuola quell’anno.

Reeve, rimasto suo amico intimo fino alla dipartita nel 2004, ricordò la sua prima impressione di Williams quando erano nuovi studenti alla Juilliard sostenendo che il suo amico si vestiva in maniera davvero bizzarra e parlava davvero velocemente, sprigionando un’energia incredibile e percepibile da chiunque lo circondasse.

Williams e Reeve seguivano insieme un corso di dialettica tenuto da Edith Skinner, considerato dallo stesso Reeve come uno dei principali insegnanti di voce e di linguaggio del mondo. Sempre secondo Reeve, Skinner era rimasto sconcertato da Williams e dalla sua capacità di esibirsi istantaneamente in molti accenti diversi, forse un dono legato alla sua molteplice nazionalità? Non lo sapremo mai. Anche il loro principale insegnante di recitazione, Michael Kahn, era “ugualmente sconcertato da questa dinamo umana”.

Foto genericheWilliams dunque aveva già la reputazione di essere divertente, ma Kahn aveva criticato le sue buffonate, considerandole come “semplice cabaret”. In una produzione successiva, Williams mise a tacere le critiche con la sua performance ben accolta in Night of the Iguana.

Una carriera prestigiosa e fatta di sole attività ad alto cachet? Niente affatto: durante le estati dal 1974 al 1976, Robin Williams lavorò come aiuto cameriere al Trident di Sausalito, in California, lasciando la Juilliard durante il primo anno nel 1976 su suggerimento di Houseman. Motivazione? Lo stesso Houseman gli disse che non c’era più nulla che la Juilliard potesse insegnargli.

Gerald Freedman, un altro dei suoi insegnanti in quella scuola, ha detto che Williams era un “genio” e che lo stile conservatore e classico di formazione della scuola non gli si addiceva; nessuno era sorpreso che se ne fosse andato.

Na-no Na-no

Gli anni Settanta segnarono dunque un decennio importante per l’attore, che iniziò ad esibirsi prevalentemente nel genere di stand-up comedy alla San Francisco Bay Area nel 1976. La sua prima esibizione ebbe luogo al Holy City Zoo, un comedy club di San Francisco, dove si è fatto strada a partire proprio dai luoghi pubblici più popolari.

Nulla a che vedere con i titoli per cui è maggiormente ricordato, sul set dei quali è giunto grazie alle sue performances presso The Comedy Store. Lì, nel 1977, è stato notato dal produttore televisivo George Schlatter, che gli ha chiesto di apparire in un revival del suo show Laugh-In.

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Lo show andò in onda alla fine del 1977 e fu la sua prima apparizione televisiva, una produzione in sé fallimentare, ma che ha determinato il trampolino di lancio per  Williams. La dimostrazione è data nell’anno successivo, il 1978, con la sua comparsa in un episodio della serie cult Happy Days nei panni di un alieno, Mork.

Il successo di quell’episodio fu tale da procedere con la realizzazione di una serie tv, Mork e Mindy, durata fino al 1982 e che è rimasta impressa per la sigla di apertura, così come il gesto classico con la mano che l’alieno Mork faceva di frequente per salutare, un riferimento legato alla saga di Star Trek.

Luci e ombre

Grazie al suo successo con questa serie, Robin Williams iniziò a raggiungere un pubblico più ampio con la sua comicità, a partire dalla fine degli anni Settanta e per tutto il 1980. Cominciò ad apparire in tre speciali della HBO, Off The Wall (1978), An Evening with Robin Williams (1983) e A Night at the Met (1986). Williams ha anche vinto un Grammy Award come Best Comedy Album per la registrazione del suo live show del 1979 al Copacabana di New York, dal titolo Reality … What a Concept.

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Non dimentichiamo però la personalità fragile e schiva dell’attore, due tratti che uniti allo stress per le sue attività sotto i riflettori lo hanno condotto all’assunzione di droga e alcol, abusandone spesso. I primi segnali di una comicità che nascondeva un lato buio e difficile. Egli stesso ha sostenuto che non beveva né assumeva droghe per poi andare sul palco, ma occasionalmente si esibiva quando aveva i postumi di una sbornia dal giorno precedente.

Durante il periodo in cui faceva uso di cocaina, ha detto che questa sostanza lo rendeva paranoico quando si esibiva sul palco. A cosa sono dovute di preciso queste difficoltà? Williams una volta descrisse così la vita dei comici:

E’ un settore brutale. Si esauriscono. Si paga davvero uno scotto per questo. Aggiungici lo stile di vita dettato da feste, alcol, droga. Se sei in viaggio, è ancora più brutale. Devi tornare giù per ammorbidire il culo e poi esibirti ti riporta su. Si spengono perché questo lavoro va e viene. Improvvisamente alcuni di loro sono famosi, poi lo è qualcun altro. A volte diventano molto amari. A volte si arrendono. A volte c’è una sorta di revival e tornano di nuovo. A volte si spezzano. La pressione si fa sentire. Diventi ossessionato e poi perdi la concentrazione di cui hai bisogno.

Caratterizzato da una profonda analisi critica e autocritica del mondo in cui si trovava, Robin Williams sembra essere il perfetto prototipo della classica dualità della maschera teatrale, che non sa solo essere comica, ma anche drammatica.

Addio, genio ribelle

Accanto a titoli come Mrs Doubtfire e Hook, oltre che JumanjiUna notte al museo, ritroviamo l’attore anche in attività di doppiaggio, dando la voce del Genio di Aladdin nella versione originale della pellicola, ma anche in film con tematiche di maggior spessore. Tra questi, Good Will Hunting – Genio Ribelle, L’uomo bicentenario o Patch Adams, consentendo al grande pubblico di scoprire anche l’altro lato dell’attore, quello più profondo, che riesce a catturare la platea e a farla sempre piangere, che sia di commozione o di ilarità.

Ricordiamo allora il monologo dedicato al tema del Carpe diem, “cogli l’attimo”, in Genio Ribelle, uno dei momenti più simbolici della cinematografia degli anni Novanta del secolo scorso:

E’ con queste parole che chiudiamo la presente digressione, breve ma intensa, alla scoperta di come è nata la stella di Robin Williams, uno degli attori che maggiormente ha saputo risvegliare in noi i sentimenti più buoni, onesti, giusti, retti e corretti.

Una storia, la sua, che si è chiusa forse troppo presto, forse per paura di mostrarsi debole al mondo per via della sua malattia neuro degenerativa che gli era stata diagnosticata poco prima che si suicidasse. Si parla di Alzheimer, che non ha mai rivelato al mondo con la sua viva voce, e poi della scoperta durante l’autopsia dello sviluppo dei corpi di Lewy, anomalie che contribuiscono al morbo di Parkinson e ad altre malattie che provocano demenza.

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Chissà cosa ha spento davvero quel sorriso triste, cosa ha dato il colpo di grazia al suo stato depressivo troppo frequente. Una stella che ci ha lasciato, ironicamente, in una città chiamata Paradise City. Buon viaggio Robin, capitano, o nostro capitano.