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Da che esistono i videogiochi, sia a livello di concezione dei personaggi femminili, sia per quanto riguarda il trattamento riservato alle dipendenti nelle software house, e in generale le ragazze e donne che lavorano in questo settore, la situazione non si è mai palesata tra le più rosee. Il recente caso di discriminazione in Activision Blizzard, concretizzatosi in una serie di fatti davvero spiacevoli che andiamo a riassumere qui sotto in breve, è solo l’ultimo di una serie di violenze e abusi sessuali sul lavoro che si verificano con una costanza purtroppo ancora decisamente elevata.

Quanto è accaduto ora in Activision Blizzard, software house denunciata dal DFEH (Department of Fair Employment and Housing) a seguito di alcune testimonianze di ex dipendenti donne, riflette uno stato dell’arte davvero deplorevole, e purtroppo condiviso in diverse realtà che certamente non comprendono solo questo settore produttivo specifico, tale per cui siano ancora vigenti condizioni economico-sociali non facili sul lavoro, quali differenze salariali, violenze sessuali, mobbing, culture maschiliste sul lavoro e altro ancora.

Activision Blizzard logo

Secondo i report del DFEH, le dipendenti sarebbero state vittime di avances quasi quotidiane da parte dei colleghi maschi, spesso in stato di ubriachezza sul lavoro, provocate con commenti a sfondo sessuale e diventando vittime di battute su temi sensibili quali violenza sessuale e molestie. La reazione istintiva che potreste avere nei confronti di questo evento potrebbe essere: “E’ un caso come tanti”, o peggio ancora “Si sa che queste cose possono succedere ovunque”.

La riflessione che vogliamo porre in questo pezzo corale, redatto da firme importanti del panorama videoludico italiano, è proprio per cercare di scalzare queste reazioni che portano all’inaccettabile paradosso del passaggio in sordina di questi accadimenti, ritenuti appunto prevedibili, potenzialmente verificabili e dunque “meno gravi” di quanto non lo siano davvero. Solo il silenzio e l’omertà di fronte a questi fatti alimentano il morbo stesso della violenza, in tutte le sue forme. E se prendere una posizione in merito significa esporsi e diventare forse più vulnerabili di fronte a tali questioni, è altrettanto importante alzare la voce, e di conseguenza generare discorsi costruttivi e di confronto su una piaga sociale che proprio non vuole essere debellata in nessun modo e che mantiene saldamente le sue radici nella mentalità di troppe persone.

 

acti editoriale

 

Il mondo del lavoro, a prescindere dal settore in questione, non dovrebbe essere lasciato nelle mani di responsabili dalla mentalità retrograda e ancora puerile, definiti “professionisti” ma che di professionale non hanno di certo il comportamento nei confronti dei propri colleghi. Al giorno d’oggi si portano avanti battaglie volte all’accettazione di sé e dell’altro, lotte di genere per aprirsi ancora di più alla comunità LGBTQI+ anche attraverso la rappresentazione nei videogames, quando la realtà dei fatti denuncia una battuta di arresto nel comportamento con violenze, verbali e non solo, a sfondo sessuale, all’opprimente e costante presenza del cosiddetto “soffitto di cristallo” che sta soffocando dipendenti femminili senza una obiettiva motivazione a supporto e altre discriminazioni non meno importanti. Le domande che sorgono spontanee a fronte di questo ennesimo episodio sono: perché i dipendenti non possono essere valutati sulle loro performance professionali, invece che sul loro aspetto e identità sessuale? Perché non si è in grado di porre un freno al proprio comportamento, soprattutto in un ambiente di lavoro, semplicemente per creare e mantenere un sano clima di serenità, di squadra e di stimolo a dare il meglio di sé in termini produttivi? Non deve fare rumore la notizia che tutto questo sia accaduto in Activision Blizzard, per quanto sia grave che una azienda di questo calibro lasci che prendano piede simili avvenimenti, ma il clamore e lo sdegno devono nascere dall’accadimento dei fatti in sé, per agire di conseguenza e riflettere sul dolore e le difficoltà vissute da qualcuno che potrebbe trovarsi in qualsiasi altro ambiente di lavoro. Che potrebbe essere voi stessi.

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L’ennesimo caso isolato che sta interessando Activision Blizzard è l’ultima proverbiale goccia che ha fatto finalmente traboccare il vaso, dimostrando quanto un certo modus operandi, in cui donne e minoranze sono costantemente parte lesa di un ambiente di lavoro sempre più tossico, non debba essere più tollerato. E’ stato grazie a una rivolta mossa dal basso, che ha coinvolto in modo compatto dipendenti dei vari studi del colosso californiano e giocatori, che si è creata una frattura, un punto di non ritorno. Eppure, questo è solo il primo passo verso una cultura dell’inclusione oggi sempre più necessaria; perché, si sa, il cammino da compiere è molto più lungo. Già, perché scandalizzarsi di fronte a eventi mediatici come quelli che hanno coinvolto Activision-Blizzard non basta più; ciò che serve è far partire questo cambiamento anche nei nostri momenti del quotidiano con il medium: quando stiamo giocando a Overwatch, ad esempio, e sentiamo un compagno di squadra denigrare un altro utente per il semplice gusto di farlo; quando leggiamo un commento sessista o omofobo nei confronti di un content creator o di un redattore. La cultura dell’inclusività passa soprattutto per quella del rispetto reciproco, e se vogliamo che il mondo videoludico diventi un luogo per tutti è fondamentale essere noi stessi parte di questa trasformazione. Rivoluzionare l’industria dall’interno. Incrociamo i controller e proviamo a diventare tutti parte del cambiamento.

 

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Siamo tutti coscienti che le malversazioni sul luogo di lavoro sono pratica comune e tanto più il soggetto è debole, donne, minoranze e disabili, tanto più la pratica è diffusa. Per quanto riguarda le donne, basta leggere il rapporto annuale dell’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere per capire quanto sia vasto il problema. I recenti casi Ubisoft, Riot Games e lo strabiliante affair Activision-Blizzard, dimostrano unicamente che la disparità di stipendio, l’impossibilità di assumere ruoli dirigenziali, il mobbing e le molestie sistematiche appartengono anche al fantastico universo videoludico. Un’unica cosa colpisce veramente nel caso Activision Blizzard, la totale cecità e ottusità del management che ha preferito ignorare un ambiente lavorativo palesemente tossico a ogni livello. L’incapacità di questi dirigenti di comprendere, in un periodo storico di cambiamento, cosa accadeva sotto i loro sguardi è, semplicemente, disarmante. Per quanto riguarda una parte della community, unicamente preoccupata che venga rimandato Diablo, Overwatch 2 o Call of Duty: Cosby Suite, si commenta da sola.

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Un mondo popolato da maschi, spesso unti e bisunti, incapaci di avere una vera vita sociale al di là del joypad, sempre pronti ad attizzarsi all’idea di un capezzolo pixelloso o a bullizzare chi meno bravo di loro con “i giochini”. Gli odiosi stereotipi sul mondo dei videogiochi, ma soprattutto su chi lo popola, che ho visto maturare, crescere e poi quasi scomparire nell’arco dei 38 anni dalla mia prima console, sembrano essersi (ri)materializzati nel peggiore dei modi. Il quadro che esce dalle testimonianze delle dipendenti di Activision/Blizzard sulle loro condizioni di lavoro, è sconfortante. Un ritratto di un’industria che ha ancora una forte impronta maschilista, machista e androcentrica. Le buone notizie, però, non mancano. Il fatto che questi episodi vengano stigmatizzati è un segnale importante, così come la forte reazione del pubblico. Certo, il fatto che Activision Blizzard come impegno abbiano organizzato dei corsi obbligatori contro le molestie (rimarcando il fatto che siano necessari corsi del genere, non so, organizziamo anche un corso per non sparare alle persone di colore o non insultare i portatori di handicap) non è tra i migliori auspici, ma pazienza. Il tempo, per noi videogiocatori, è sempre stato galantuomo. O galantdonna.

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Il caso Activision Blizzard esploso nelle scorse settimane ha portato alla luce le problematiche serissime che affliggono ancora oggi numerose aziende multinazionali operanti nel settore del gaming. Episodi di sessismo sono purtroppo radicati nel nostro settore, a scapito di giocatrici, professioniste e dell’industria del gaming stessa, che fatica ad attrarre non solo talenti, ma anche, spesso, a costruirsi la reputazione di un settore inclusivo. La causa presentata da numerose dipendenti di Blizzard e la successiva posizione assunta dai dipendenti dell’azienda sono state accolte con il sostegno di tutti gli operatori del settore, tra cui l’Organizzazione internazionale Women in Games, che dal 2009 promuove gli ideali e i valori dell’inclusione di genere nel gaming, e successivamente, anche nelle competizioni elettroniche sportive.

La CEO di Women in Games WIGJ, Marie-Claire Isaaman ,ha dichiarato di seguito: “Notizie internazionali e diffuse sul caso intorno ad Activision Blizzard, derivante dalle accuse riportate dai media su una causa del Department of Fair Employment and Housing (DFEH) della California e la successiva risposta dell’azienda punta i riflettori su una cultura che Women in Games sta lavorando attivamente per riformare. Tutta la copertura mediatica indica una cultura del lavoro profondamente errata, che danneggia le donne attraverso discriminazioni e molestie, questioni che sono terribilmente familiari.”

Con Women in Games e Women in Games Italia, pensiamo che tali meccaniche oggi, con la diffusione di movimenti globali come il #MeToo e Black Lives Matter, le lotte per i riconoscimenti dei diritti delle comunità LGTBQI+ e le difficoltà dettate dalla situazione storica delle pandemia di COVID-19 siano inaccettabili e vadano combattute, proponendo nuovi modelli culturali e sociali. Come organizzazione siamo attivamente impegnati in una serie di iniziative e attività per contrastare la discriminazione, le molestie e le disuguaglianze che le donne fronteggiano sul posto di lavoro e online, insieme a partner e enti di tutte le estrazioni. La tematica dell’inclusione di genere pervade ogni attività, dal sistema scolastico alle opportunità professionali, e grazie al lavoro portato avanti dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea con l’Agenda 2030 e gli SDGs Sustainable Development Goals – obiettivi sostenibili, l’uguaglianza di genere è oggi sostenuto come target fondamentale per raggiungere una società e un’economia sostenibili.

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Le problematiche che le donne devono fronteggiare sul luogo di lavoro sono tristemente note, ma un aspetto rende la loro posizione ancor più delicata nella game industry: nella loro relativamente breve storia, i videogame sono stati a lungo considerati materia ad appannaggio maschile, e questo ha avuto profonde ripercussioni in ambito professionale (poco più di 2/3 dei game developer sono tuttora uomini). Ci sono tanti, troppi aspetti sbagliati nella vicenda Activision Blizzard e, fra queste, – ancor più delle gravissime condotte di cube crawling e della cultura frat bro che ne è emersa – lascia basiti il modo in cui la CCO della società abbia liquidato i fatti in causa dopo la denuncia di DFEH. L’upper management di un’azienda quale Activision Blizzard ha specifiche responsabilità riguardo la costruzione di un ambiente aziendale sano, ha funzioni di guida e di leadership ed è motore primo per la creazione di una cultura inclusiva: tanti passi si stanno muovendo in questa direzione, ma la strada è ancora lunga. Un manager non può prevedere o evitare a priori episodi spiacevoli, ma è suo dovere supportare chi manifesta ail disagio, andare a fondo delle questioni e rimuovere ogni forma di tossicità. Chi ricopre posizioni di leadership deve farsi oggi promotore di un cambiamento culturale atto a rimuovere ogni forma di discriminazione, e non tollerare disparità nemmeno dal più brillante dei Creative Director, in osservanza del principio per cui proteggere i singoli significa preservare l’intero team.